Non passa giorno che sui quotidiani regionali, e qualche volta anche nazionali, non vengano pubblicati articoli nei quali si scrive di ritardi e perdite di risorse finanziarie.

Tra i colpevoli la politica e la burocrazia incapaci di interpretare i bisogni della società.

Si fantastica di piani e programmi che risolveranno i problemi futuri ma non si guarda ai problemi attuali per i quali l’unica soluzione viene individuata nella creazione di nuove sacche di precariato, più o meno nobile.

Per precariato meno nobile intendo quello di quei più-o-meno-giovani che vengono inseriti in progetti per fare non-si-sa-bene-cosa per 600-800 € al mese.

Per precariato più nobile intendo quello di quei più-o-meno-professionisti che trovano collocazione in società a capitale pubblico con trattamenti economici che fanno invidia ad aziende che si confrontano con il mercato.

Il comune denominatore è che trattandosi di attività dipendenti dalla politica e da meccanismi che spesso fanno a pugni con le elementari regole fissate dalle discipline nazionali e comunitarie, oltre che del buon senso, tutti i precari più-o-meno-nobili con puntualità svizzera si presentano ai propri referenti politici per rivendicare una proroga e una continuazione di quel rapporto che con il lavoro e con una funzione produttiva hanno poco a che fare.

Si crea così un rapporto di dipendenza che, nei casi più “fortunati” (per chi?), può durare decenni e rappresentare la fortuna di generazione di politici.

Se si analizzasse la storia del precariato che in Sicilia si è riuscito a creare, credo che potremmo dimostrare che in una classifica ci potremmo tranquillamente collocare al primo posto o nelle immediate vicinanze (giustizia a parte, naturalmente!).

In paesi civili, per garantire almeno il soddisfacimento dei bisogni di base, si erogano dei redditi di sostegno che costituiscono uno dei pilastri del loro sistema di welfare.

Ma quale potrebbe essere il ritorno per la nostra politica se ogni disoccupato o persona in cerca di occupazione ricevesse un sussidio senza dover dire grazie a nessuno?

Meglio inventarsi forme di inserimento nel lavoro, meglio in ambito pubblico, creando un doppio ordine di problemi:

  • i servizi pubblici vengono erogati con maestranze fortemente demotivate e che per quella miseria che percepiscono trovano ogni occasione per rivendicare, giustamente, salari più adeguati e certezze per il proprio futuro
  • in alcuni settori e in alcuni territori viene a mancare la mano d’opera in quanto la storia del precariato pubblico insegna che prima o poi ci sarà una stabilizzazione e quindi nessuno si avventura in iniziative private o promosse da privati

Quanto potrà durare tutto ciò? E quando sarà attuato il federalismo fiscale, su chi scaricheremo tutto ciò?

Qualcuno lamenta la mancanza di occasioni per i propri figli. Io comincio a preoccuparmi per il mio di futuro.

Per quanto tempo ancora i bilanci degli enti locali siciliani potranno sostenere questo stato di cose?

Se le risorse finanziarie continueranno a essere impegnate in larga parte in spesa corrente (prevalentemente salari e stipendi) da che cosa potrà venire lo sviluppo economico? Da quali investimenti?

Dal ponte sullo stretto, forse?

Allora siamo a posto!

Quale è la visione che i nostri politici hanno per il futuro della regione? Su cosa stanno concentrando i loro sforzi?

Nonostante decenni di programmazione di fondi comunitari e di intervento straordinario non abbiamo perso il vizio di dissipare in tanti rivoli (comunali, provinciali, aziendali, ecc. ecc.) le risorse a disposizione con il risultato di avere distribuito un tozzo di pane a tanti e … .

Le regole della democrazia vorrebbero che un governo che fallisce viene bocciato dai cittadini e si prova a far governare l’opposizione … quale opposizione?

Ma mi domando da chi dovrebbe essere bocciato un governo che continua ad alimentare il precariato e che anzi lo ha esteso anche a soggetti che precari non erano?

E’ possibile che nessuno che ha posizioni di responsabilità si preoccupi che questo andazzo è destinato a far esplodere il sistema?

Sono il solito pessimista.

Il nuovo governo regionale ha le idee chiare e ha presentato un programma puntuale, i cui contenuti sono già stati trasferiti nel disegno di legge finanziaria che sarà presentato all’assemblea regionale.

In quel programma c’è tutto.

Quali investimenti saranno fatti. Quanti posti di lavoro verranno creati. Quanti capitali stranieri verranno attratti. Questo sì che è parlare chiaro … però mi piacerebbe leggerlo questo programma.

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  3 Commenti per “2010.10.17 – Quanto potrà durare?”

  1. Caro Paolo, come non essere d’accordo con le tue considerazioni? Permettimi di dire però che se si perdono risorse, se la Regione non riesce ad attrarre investimenti ed iniziative imprenditoriali, se non si riesce a programmare e coordinare la spesa la colpa non può essere dei precari.

    Immagino infatti che per scrivere un bando di partecipazione di una impresa ad un appalto o all’utilizzo dei fondi strutturali comunitari vengano coinvolti un Dirigente generale, uno o più dirigenti di Area, Servizio e Unità Operativa, uno o più Funzionari e/o Istruttori, non certo l’ultimo precario appena stabilizzato, quindi il problema inerisce questo livello di competenze e attribuzioni.

    Per troppo tempo la Sicilia ha vissuto al disopra delle sue possibilità, si sono sprecate risorse per garantire rendite di posizione e per creare caste corporative che hanno paralizzato l’azione amministrativa e la capacità di garantire risultati, e soprattutto hanno ucciso il merito, la voglia di migliorare e migliorarsi, la possibilità di mettere in condizione chi sa e chi sa fare di poterlo fare.

    Quando si creano società “partecipate” al solo scopo di assicurare stipendi faraonici, quando si inventano regole contrattuali ridicole come la “clausola di salvaguardia”, che dà diritto a chi si occupa di “studi” per “fare – non – si sa bene -cosa” di percepire più o meno lo stesso trattamento economico accessorio di chi invece dirige uffici importanti e impegnativi, quando si retribuiscono come “manager” dirigenti assolutamente incapaci ed inadeguati a gestire persone e risorse, quando il messaggio vincente che passa a tutti i livelli è “non importa cosa sai e cosa sai fare, importa solo chi ti raccomanda” è poi francamente inutile e anche un pò irritante indicare i soliti “precari” come la causa e l’origine della insostenibilità finanziaria dei conti della Regione e degli Enti Locali.

    Il futuro, caro Paolo, ce lo siamo compromessi da soli, anche senza precari da stabilizzare o sistemare, operazione tra l’altro che vede impegnata la tua Organizzazione sindacale in prima linea, con un noto esponente del tuo sindacato che occupa un posto da consigliere nella Onlus che sta facendo transitare nella Pubblica Amministrazione a titolo definitivo altre 3200 persone.

    Come vedi, le cose sono un pò più complicate di come ce le rappresentiamo. Un caro saluto.

    • Caro Lopmel,
      io mi riferisco al tema di rendere tutto precario affinchè qualcuno possa continuare agestire la cosa pubblica non sulla base di nuove idee ma sulla base di logiche meramente clientelari.
      Io non scrivo le mie riflessioni sulla base della mia appartenenza sindacale o di categoria. le scrivo in quanto cittadino di questa regione.
      Grazie per il contributo
      Paolo

  2. Caro Paolo, è accaduto che l’istituto del “lavoro sospeso”, nel nome di una fantomatca modernizzazione, è stato battezzato “lavoro flessibile” e che in questo paese ha dato poi vita a quel mostro che è il ” lavoro precario”. Mostro che in questa nostra Sicilia è sempre esistito e che ha foraggiato generazioni di politici i quali hanno trovato il modo di definire questa situazione di sofferenza sociale con un termine che li pone in una posizione di “non responsabilità”. Parlano di precariato come se fosse unba cosa della quale non hanno colpa, di una cosa che è esterna a loro e che si sono trovati ad affrontare.
    Caro Paolo, sinceramente penso che non possiamo non vergognarci di tutta la classe politica dirigente, senza distinzione di colore, e non possiamo non vergognarci di noi stessi, prima di tutto…

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